Non fu odio, forse, ma un disperato bisogno, l’eredità di un bacio che sapeva di pianto. Abele era l’alba, il gregge, la cura; tu eri l’aratro che morde la terra. Sei giunto secondo all’amore del Padre, ma primo nell’urto del sangue sul suolo, inventore del vuoto che squarcia la madre. O Caino, maestro del compianto, chi può chiamarti crudele senza tremare? Ora vaghi sulla terra portando per primo il peso indicibile di essere vivo, e ogni passo risuona come un eco di colpa.